Com’è potuto accadere che in pochi decenni il lavoratore pubblico sia passato dalla caricatura del fannullone privilegiato alla figura, oggi fin troppo reale, del professionista multiruolo e sottopagato? È una metamorfosi silenziosa, eppure evidente.
La riforma amministrativa del ’90, con la legge 241, che si è sedimentata nell’ultimo decennio, ha reso il funzionario responsabile unico dei procedimenti, con più poteri decisionali e più responsabilità, ma senza che la retribuzione seguisse la stessa direzione. Gli avanzamenti di carriera, inoltre, richiedono master di secondo livello, abilità linguistiche, referenze e pubblicazioni, per incrementi pari a un caffè.
Questa traiettoria trova una ulteriore conferma nella figura dell’insegnante. Non più solo docente, ma psicologo, gestore di bisogni educativi speciali, mediatore culturale e di chat di classe, arbitro di conflitti familiari e adolescenziali.
Il problema è che la crescente domanda di competenze – acquisite con ore e ore di formazione, progetti, e una rinnovata spinta competitiva – non trova risposta né in adeguamenti salariali né in un miglioramento del prestigio sociale.
Risultato? Il pubblico impiego non è più appetibile come un tempo. La scuola resiste per l’organizzazione degli orari — certo utili alla conciliazione vita-lavoro — ma non è sufficiente per attrarre e trattenere talenti.
Siamo davanti ad un paradosso: il settore pubblico è più complesso, più apprezzato, più qualificato di ieri, ma le condizioni economiche e il riconoscimento sociale non sono stati aggiornati.
Dall’icona fantozziana al lavoratore multitasking, il dipendente pubblico è cambiato radicalmente. Peccato che lo stipendio sia rimasto al palo.
Questa metamorfosi, a bene vedere, sembra un po’…una Corazzata Potëmkin.